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In un precedente post abbiamo visto cosa sono gli incoterms e quali sono le loro implicazioni sul flusso logistico dell’impresa, in questo post cercheremo di dare alcuni suggerimenti pratici per il loro utilizzo.

Un primo suggerimento è quello di indicare sempre precisamente la denominazione dell’Incoterms seguita dalla dicitura CCI 2000 (per esempio ex works CCI 2000). Un’indicazione generica del tipo “franco fabbrica” potrebbe non essere presa in considerazione dall’autorità giudicante che si limiterà ad applicare la normativa interna (in tale senso la giurisprudenza della Cassazione, secondo cui un’indicazione di tal genere ha unicamente la funzione di ripartire l’assunzione delle spese e dei costi di trasporto, non anche i numerosi e importantissimi altri elementi tipici della clausola incoterms).

Una volta stabilito il termine di resa che s’intende adottare, le parti non devono in alcun modo contraddirsi nella corrispondenza, nelle fatture o in qualsivoglia atto, andando a svuotare di significato l’accordo originario. In definitiva, una semplice sigla ben formulata e non contraddetta, può evitare l’insorgere di conflitti con i partner stranieri che possono portarci a imboccare una strada tutta in salita. Il mancato richiamo agli Incoterms della CCI può implicitamente suggerire una generica volontà di ripartire i costi e le spese tra venditore e compratore, senza prendere posizione sul luogo della consegna e sul passaggio dei rischi.

La situazione risulta ancora più ingarbugliata quando le parti, oltre a pattuire un termine di resa incerto, si scambiano una serie di missive che vanno a contraddire le condizioni di consegna originariamente pattuite, con conseguenze che spesso le parti stesse non sono in grado di preventivare.

Particolare importanza assume il ruolo del trasporto internazionale soprattutto nel caso di pagamento con lettera di credito per l’ottenimento della prova dell’avvenuta esportazione. Consideriamo il caso più diffuso della clausola EXW, apparentemente la più semplice per il venditore ma che può nascondere al suo interno delle insidie. Innanzitutto l’esportatore si trova nell’impossibilità di controllare l’operato e la professionalità del trasportatore, c’è il rischio che la merce non venga ritirata, nel luogo indicato dal venditore, in quanto il

compratore non istruisce in tal senso il suo mandatario. Altro rischio è che il vettore, nel caso in cui la merce venga danneggiata durante il trasporto, cerchi di addossare la colpa del danneggiamento al venditore, magari con la collaborazione del compratore, addebitandogli imperizia nell’imballo piuttosto che nel caricamento a cui, impropriamente, il venditore si è prestato utilizzando propri mezzi atti allo scopo, infine c’è la maggiore difficoltà di ottenere la prova dell’avvenuta esportazione, non avendo un rapporto diretto e di conoscenza con il trasportatore e quindi non sapendo, di fatto, in quale Dogana e se avverrà l’uscita dal territorio comunitario.

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