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Il centro studi Confindustria classifica  come BBF (bello e ben fatto) i prodotti che hanno un valore medio all’esportazione che supera del 20% la media dei concorrenti europei. Si tratta di prodotti di alta qualità (escludendo la fascia del lusso e superlusso), acquistabili dai “nuovi ricchi” (ovvero con reddito maggiore di 30 mila dollari). Secondo i dati della ricerca del Centro Studi di Confindutria tali nuovi ricchi tra cinque anni, nel 2017, saranno circa 192 milioni e la metà sarà in Cina, India e Brasile, anche se anche per gli Stati Uniti si prevede una crescita piuttosto indicativa target che appare molto interessante per il made in Italy alimentare. I mercati emergenti sono più rischiosi perché spesso penalizzati dalle barriere commerciali, tariffarie e non tariffarie, che per l’alimentare sono più alte e con la crisi tendono a crescere.

Tra gli effetti collaterali della crisi economica internazionale c’è, infatti, il ritorno, circa evidente, alla difesa delle produzioni nazionali con l’introduzione di misure protezionistiche. Le recenti chiusure dell’Argentina alle importazioni di molti prodotti, tra cui i prosciutti crudi, ne sono l’esempio più lampante. Si tratta di una dinamica in atto molto importante che non si può ignorare: esistono margini di crescita veramente importanti per l’export italiano e per quello alimentare in particolare, pur considerando i rischi descritti. Credo che ogni azienda debba impegnarsi a ripianificare le esportazioni e aggredire i singoli mercati con una strategia mirata: muoversi verso gli Stati Uniti o verso la Germania o la Corea non è la stessa cosa. Solo con un’avveduta ma lungimirante programmazione di marketing internazionale si può continuare a crescere sui mercati maturi e affacciarsi su quelli emergenti intercettando il dinamismo in atto e i relativi benefici parallelamente stiamo lavorando perché alcuni snodi a livello di politica commerciale internazionale, in particolare in tema di barriere tariffarie e non tariffarie, si sciolgano.

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