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La chiamano sharing economy, economia della condivisione, economia circolare, economia della felicità e tutti ne parlano sembra quasi una moda, una stagione culturale e via poi un nuovo mito da inseguire e propinare nei convegni, sui giornali e nel web. La sharing economy però è qualcosa di più profondo, è un cambio di paradigma economico e non semplice risposta alla crisi, ecco perché la possiamo confondere con una moda passeggera.

Questo accade perché non abbiamo modificato il nostro modo di pensare, la nostra scala di valori, precisamente perché continuiamo a guardare al mondo come se fosse quello di ieri, con la stessa cassetta degli attrezzi che ci ha lasciato l’era industriale, che sarà pure alle nostre spalle, ma continua ad abitare le nostre menti ed a suggerirci le risposte, quelle sbagliate, ovviamente. Di conseguenza si è praticata un’idea di produzione della ricchezza incentrata sullo sfruttamento delle conoscenze, come l’uso intensivo di scienza, tecnologie, innovazione, infrastrutture digitali, istruzione e capitale umano altamente qualificati.

La società della conoscenza, la società che fonda profilo e natura dello sviluppo sul valore e la qualità delle conoscenze non è un’edizione nuova del sistema di ieri. Presuppone un’altra gerarchia di valori a partire da una scommessa sull’uomo, sulle sue capacità di costruire una società che ha coscienza di se stessa e in grado di auto-regolarsi.

Il cambiamento fa paura ma a ben guardare nella sharing economy ci sono cose vecchie quanto l’uomo.

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